UMBERTO BUSCIONI – L’anima segreta delle cose

Si è inaugurata lo scorso 1 dicembre a Palazzo Fabroni (Museo del Novecento e del Contemporaneo) di Pistoia la monografica “Umberto Buscioni – L’anima segreta delle cose”.

Conosco il Maestro Buscioni ormai da tanti ma non abbastanza per aver visto l’importante antologica che si tenne, sempre a Palazzo Fabroni, nel 1992. La mostra appena aperta vuole essere un excursus dell’ampia attività dell’artista pistoiese.

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Con circa 40 opere realizzate in vari momenti della sua produzione artistica si ha la possibilità di approfondire ed anche scoprire l’espressione pittorica di Buscioni che è rimasto sempre fedele al suo tratto mai abbandonato anche nei momenti in cui la ricerca artistica era orientata verso   sperimentazioni concettuali e performative.

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La pittura di Buscioni è una Pop art completamente diversa da quella che ci è giunta dagli USA, non è mai “sfacciata” ed esagerata ma intima con una descrizione del dettaglio e della texture piena di poesia. Buscioni è poi secondo me un “pittore di moda”, considerando la moda un soggetto ricorrente nei suoi lavori siano essi capi di abbigliamento come i reverse di una giacca o il nodo di una cravatta.

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La mostra è stata realizzata dal Comune di Pistoia/Palazzo Fabroni con il sostegno determinante della Regione Toscana nell’ambito del progetto “Toscanaincontemporanea2018”, e con il contributo di Chianti Banca e della Fondazione Banca Alta Toscana, e curata da Gabi Scardi – resterà aperta al pubblico fino al 27 gennaio 2019.

Dal comunicato stampa:

Nota biografica

Umberto Buscioni nasce a Bonelle (Pistoia) nel 1931. Dal 1981 vive e lavora a Serravalle Pistoiese, e dal 2016 anche a Pistoia a due passi dalla chiesa di Sant’Andrea. È stato titolare della cattedra di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara (con una parentesi accademica fiorentina nel ’95-’96), tra il 1980 e il 1998.

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Si dedica a tempo pieno alla pittura dai primi anni Sessanta, scelta che diventa decisiva con il soggiorno in Marocco, insieme alla moglie Bianca, tra il 1963 e il 1964. Le opere prodotte in questi anni sono ancora di ascendenza informale, ma in quelle marocchine la figurazione è già più allusiva a una natura riconoscibile. Il rientro dal Marocco vede una nuova fase dell’opera di Buscioni, ritrova infatti gli amici Roberto Barni, Gianni Ruffi e Adolfo Natalini e nel 1966 entra ufficialmente a far parte di quella che Cesare Vivaldi definì Scuola di Pistoia, che nel frattempo Natalini aveva lasciato per dedicarsi all’architettura. La Scuola di Pistoia è stata una delle più interessanti risposte italiane alla Pop Art. A questo proposito si ricorda la mostra di New York, Selected Artists Galleries del 1968. Gli oggetti rappresentati sono oggetti comuni, che hanno un rapporto intimo con l’artista, trasportati in un clima di sospensione, magico, in cui una luce mentale è protagonista. Anche le moto che rappresenta, e che non ha “mai posseduto né saputo guidare” sono oggetti che l’artista sogna sfogliando un dèpliant pubblicitario. Una particolare attenzione è rivolta alle stoffe, all’involucro, alla superficie delle cose: le cravatte, le camicie e le giacche protagoniste delle opere sono irrigidite da righe e pieghe, che le rendono autonome dalla figura umana.

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Nell’opera di Buscioni la pittura resta sempre indiscussa protagonista, anche negli anni in cui la ricerca artistica internazionale si orienta verso gli orizzonti del concettuale e del comportamento. «La pittura (quella rara che c’è) non segue le mode, è nel presente e va al di là di tutto».

Nei primi anni Settanta la visione sull’oggetto si fa più ravvicinata, e con un gesto analitico riproduce i particolari di quelle stesse pieghe e di quelle stoffe, texture e superfici marmoree in una sintesi quasi astratta. Il riferimento alla pittura manierista pervade la ricerca di Buscioni a partire dagli ultimi anni Settanta, fino ad arrivare a esplicite citazioni soprattutto di Pontormo e Salviati ma è evidente anche una certa sintonia con l’ansia metafisica di De Chirico.

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Negli anni Ottanta si fa sempre più forte l’attenzione nei confronti di temi biblici e sacri, con l’apparizione di visioni quasi mistiche di santi e angeli in caduta, le cui stoffe si gonfiano durante i voli e le ascensioni, arrivando persino a incendiarsi. Nel cielo appaiono tenebre e atmosferismi lontani dalla luce cristallina degli anni Sessanta. Anche quando ricompaiono alcuni oggetti della dimensione privata e quotidiana, vengono rievocati attraverso sguardi e tonalità più intimi e riflessivi. La figura umana torna ad abitare gli spazi e a riempire le stoffe, anch’essa carica di energia, accesa da fuochi e tormentata dalle ombre.

Gli elementi del quotidiano tornano ad affacciarsi dagli anni Novanta, in una dimensione tra realtà e riflesso in cui le ombre evocano figure e creano composizioni al limite di un equilibrio nel quale si incastrano ante, specchi, finestre e tornano, mano a mano, sulla scena tutti gli oggetti del campionario “buscioniano”, dalle giacche alle grucce, dalle camicie alla sedia e le cravatte.

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Anche il disegno accompagna l’intero percorso di Buscioni (alcuni disegni sono conservati al Gabinetto di Disegni e Stampe degli Uffizi) e di non minore interesse sono le vetrate artistiche; da ricordare, tra le altre, le vetrate della chiesa di San Paolo a Pistoia, i due timpani istoriati Il giorno e la sera à rebours per l’atelier Area blu di Pistoia e le tre lunette da Cantico dei Cantici per l’Oratorio della Chiesanuova di Prato.

Sue opere sono state esposte (e molte permanentemente figurano) in numerosi musei. Si segnalano: Palazzo dei Diamanti (Ferrara); Palazzo Fabroni (Pistoia); Palazzo Strozzi (Firenze); Palazzo Pitti (Firenze); Centro Pecci (Prato).

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I legami con la sua Bonelle e i compagni di avventure (artistiche e non) insieme alla sua raffinata sensibilità si riscontrano in molti appunti e lettere di cui sono testimonianza il Glossario, con una prefazione di Mario Luzi, ma anche la corrispondenza tra Umberto Buscioni e l’architetto Adolfo Natalini, amico di una vita, raccolta in due volumi: Un epistolario dell’animaLettere 1991-2002, e Altre lettere e racconti 2002-2013. Con il poeta Roberto Carifi ha pubblicato il libro Figure dell’abbandono.

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Tra gli altri hanno scritto di lui: Cesare Vivaldi; Renato Barilli; Enrico Crispolti; Antonio del Guercio; Giorgio Di Genova; Maria Luisa Frisa; Lara Vinca Masini; Carlos Franqui; James Beck; Maurizio Calvesi.

fino al 27 gennaio 2019

testo nota biografica : comunicato stampa Palazzo Fabroni

immagini : Andrea Paoletti © 2018

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